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“Servizio al fronte contro il nemico interno”
di Bertoia
Alessandra |
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“Servizio al
fronte contro il nemico interno”. Questo era il nome
assegnato al campo di concentramento di Mauthansen...uno
dei campi più duri della seconda guerra mondiale, frutto
delle teorie discriminatorie del nazismo.
Mauthausen nasce
nella prima metà del novecento, principalmente come
campo di concentramento statale per lo sfruttamento
della manodopera dei prigionieri.
La cittadina di
Mauthausen non venne scelta a caso, ma in conseguenza al
volere di Hitler, che predilesse Linz (sul Danubio) come
“sede per la propria vecchiaia”. Così l’architetto
Albert Speer ebbe l’ordine di abbellire la città con
edifici di rappresentanza e data la vicinanza di
Mauthausen e Gusen, dove vi erano quattro cave di
granito, si pensò di costruire in quelle località dei
campi di concentramento per il reperimento di pietre
necessarie alla costruzione delle opere. |
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Verso
la metà del ‘900 il capo della polizia di sicurezza del
campo decise di internare a Mauthausen e a Gusen solo
“pregiudicati irriducibili ed incorreggibili, con precedenti
penali ed associali, cioè dei prigionieri non più
rieducabili” facendo classificare il KZ nella terza
categoria, ossia una delle peggiori. Questa classificazione
attribuì a Mauthausen il ruolo di campo in cui venivano
annientati prigionieri politici tedeschi ed austriaci,
ebrei, slavi, italiani, omosessuali e avversari del regimen
fazista. Il campo, però, era composto per la maggior parte
da prigionieri in detenzione protettiva a causa della loro
nazionalità, razza, religione o pensiero politico.
Così già nel 1938
arrivarono a Mauthausen i primi prigionieri che erano per la
maggior parte austriaci e tedeschi, ma vi erano anche
centinaia di deportati di altre nazioni come jugoslavi,
greci, albanesi, spagnoli e italiani. Successivamente
vennero deportati prigionieri “ancora in età di idoneità al
lavoro”, comunisti e socialisti. In seguito alle
perseguitazioni razziali vennero internati centinaia di rom
perché considerati “asociali” ed ebrei che venivano
considerati una minaccia per la razza ariana.
Per
contraddistinguere i prigionieri veniva utilizzata una
simbologia particolare e nello specifico un triangolo che
era di
colore diverso a seconda del motivo per cui si veniva
catturati. I prigionieri politici portavano un triangolo
rosso, i “criminali” uno verde, gli “associali” uno nero,
gli “omosessuali” uno rosa, gli spagnoli uno blu e i
testimoni di Geova uno viola. I prigionieri ebrei, invece,
dovevano portare sotto il triangolo colorato un triangolo
giallo che andava a formare la stella di Davide. I deportati
venivano anche contraddistinti per la nazionalità di
appartenenza, stampando la lettera iniziale del loro paese
sulla stella.
Una volta
all’interno del campo di concentramento, il prigioniero
“normale” veniva completamente isolato dal mondo esterno,
privato della propria personalità e sfruttato come schiavo
da lavoro sino al completo sfinimento.
La singola persona
non esisteva più e il suo nome veniva cancellato e
sostituito con un numero di immatricolazione, perdendo così
la propria dignità di essere umano e facilitando la
catalogazione da parte dell’SS degli internati.
Tutti i campi di
concentramento venivano custoditi e gestiti da squadre di
sorveglianza che erano composte da appartenenti alle
formazioni delle SS-Totenkopfverbände (“SS-testa di morto”)
e successivamente inseriti nel corpo della Waffen-SS
(“reparti combattenti delle SS”).
Gli
ufficiali della SS erano dei veri e propri militari cui
veniva anche concesso un giorno libero alla settimana per
rilassarsi in una piscina fatta costruire appositamente di
fronte al campo e ricevevano anche loro anche la posta,
considerata prioritarie e militare. Anche gli ufficiali
della SS dovevano contribuire ad affermare la supremazia
della razza ariana, considerata pura e perfetta,
sottoponendosi a duri allenamenti e a percorsi militari per
mantenere un’ottima forma fisica.
I
deportati, invece, ancora prima di arrivare al campo
dovevano sostenere una dura prova fisica. A causa della
distanza del campo dalla ferrovia dovevano percorrere quasi
cinque chilometri a piedi attraversando il paese, subendo
umiliazioni anche da parte delle popolazione.
Una volta arrivati al campo, le
famiglie di prigionieri venivano divise; gli uomini da una
parte, le donne e i bambini dall’altra. Venivano spogliati
dei loro vestiti e dei loro oggetti, rasati a zero per
evitare epidemie di pediculosi con una striscia più corta al
centro e sottoposti ad una prima selezione. I “non idonei”
ad uno sforzo fisico venivano subito eliminati crudelmente,
mentre gli altri erano destinati ad un duro giorno di
lavoro.
La mattina, la sveglia era prevista
alle 4.45 in primavera o alle 5.45 in inverno; la maggior
parte delle volte venivano buttati giù dal letta a
bastonate, dovendosi mettere in fila per l’appello ed
iniziavano il lavoro nella cava di granito alle 6.30 fino
alla sera alle 17.00 o alle 18.00 dopo aver sopportato un
duro lavoro ad un ritmo infernale.
Ma la cosa peggiore era subire le
tremende umiliazioni da parte dell’SS. Queste guardie si
divertivano ad umiliare gli internati arrivando persino ad
ammazzarle per gioco. Si pensi al famoso lancio del
paracadutista. Le guardie delle SS costringevano i deportati
a disporsi in fila lungo il ciglio della scarpata vicino
alla cava di granito ed al via dovevano spingersi l’un
l’altro nel vuoto precipitando su grossi sassi acuminati
venendo altrimenti fucilati se no accettavano questo barbaro
gioco. All’interno del campo i sopprusi che queste persone
dovevano subire erano i più svariati. I peggiori furono gli
esperimenti scientifici svolti sulle persone senza
l’utilizzo di alcuna anestesia, come ad esempio il prelievo
del muscolo del polpaccio per capire se la persona riusciva
ugualmente a camminare.
La sorte peggiore era però destinata
agli ebrei che non avevano praticamente nessuna speranza di
vita. Tutti i prigionieri del campo pativano la fame, il
freddo, le malattie e i duri sforzi fisici, ma gli ebrei
subivano una sorte ancora peggiore perché considerati una
minaccia per la razza ariana. La maggior parte di loro
veniva sterminata nelle camere a gas grazie all’utilizzo del
letale Zyklon-B che permetteva di asfissiare ed uccidere
centinaia di ebrei in pochi minuti.
Come
tutti i campi più grandi, anche Mauthausen aveva un suo
forno crematorio che veniva utilizzato per eliminare i
cadaveri che erano ormai numerosissimi e non si sapeva più
dove seppellirli. I soldati prima di bruciare i cadaveri
toglievano loro i denti d’oro e i tatuaggi che
collezionavano o usavano come tela per portafogli. In questi
forni vennero bruciate migliaia e migliaia di persone di
tutte le nazioni europee che non hanno potuto vedere la
liberazione, ma che hanno offerto il massimo di quello che
possedevano: la propria vita.
Oggi questo luogo di sofferenza e
sopraffazione è diventato un memoriale che custodisce ogni
dettaglio della vita e della morte dei prigionieri, ma anche
i retroscena storici e politici di questo
triste periodo storico. Del campo originale sono rimaste
integre le mura di cinta con il filo spinato elettrificato,
alcune baracche dei prigionieri situate intorno alla piazza
d’appello, due forni crematori, la camera a gas, il luogo
d’esecuzione e la cava di pietra (“Fossato Viennese”) con la
lunga “scala della morte”.
Visitando il campo si può ancora
percepire la sofferenza delle persone che hanno subito tanto
orrore ingiustamente da parte di uomini come loro, diversi
solo per etnia o per religione o credo politico.
“AGLI
ITALIANI CHE PER LA GLORIA DEGLI UOMINI CHE SOFFERSERO E
PERIRONO.”
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