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LA SERIE A IL CAMPIONATO DI CALCIO
Scoperto il grande business, volendo fare le cose per bene per far assistere alla partita si cominciò a far pagare gli spettatori un biglietto per coprire alcuni costi, come il viaggio degli atleti nelle trasferte o dare un compenso ai giocatori reclutati fuori provincia. In questo clima, nel 1925 la tifoseria torinese, pur avendo già una squadra (la Juventus) creò un'altra squadra, il Torino, meno aristocratica, più popolare, perfino antagonista all'altra. Come del resto era già accaduto a Milano. Poi comparve nello stesso anno anche il Bologna, in seguito le altre. Alcune emersero in sordina, altre in un modo strepitoso, dovuto non ai mezzi a disposizione ma per la presenza nel vivaio locale di alcuni fuoriclasse, subito bramati dalle grandi squadre che così a colpi di compensi sempre maggiori, assicurandoseli, iniziarono la loro incontrastata supremazia sulle piccole città; salvo qualche eccezione. Ma la vera storia del Calcio Italiano, comincia con l''istituzione del Torneo a girone unico, la cui prima edizione si svolse nel 1929-30 con la partecipazione di diciotto squadre (poi sedici, ventuno, e poi ancora sedici a partire dal 1967-68). Fu proprio da questa competizione professionistica che nacque una grande potenzialità agonistica e quindi una ampia selezione dei giocatori, che dopo appena quattro anni permisero all'allenatore della nazionale italiana Pozzo di mietere successi uno dietro l'altro in campo mondiale. Dal 1949 la Federazione consentì il tesseramento di giocatori stranieri, che migliorò lo spettacolo grazie all'apporto di elementi stranieri, ma nello stesso tempo trasformò subito in una grande industria il calcio, con le società modificate da club dilettantistico, in società per azioni, la cui pubblicità della squadra va indirettamente a vantaggio delle altre attività economiche dell'azionista. Spesso una personalità del mondo economico - che sfrutta la popolarità della squadra per dare valore aggiunto ai suoi prodotti, o, come ai tempi di Pompei, conquistare simpatie dai tifosi, avere consensi dalla folla, quando poi decide di "scendere in campo" per entrare in una competizione politica Servirsi delle insegne del calcio per scopi personali ed elettorali, era già duemila anni fa una furbesca risorsa nel costume greco e poi in quello romano. Il tifo del calcio, anche allora era sfruttato dall'ambizione di qualche arricchito, che senza molti riguardi, sponsorizzando una squadra, mercificava per i suoi scopi economici o politici, la manifestazione, i giocatori, i tifosi.
Le iscrizioni venute alla luce a Pompei,
offrono delle testimonianze inequivocabili. Esempio: il "Palazzinaro"
arricchito Aulo Vettio, grande mecenate del calcio, decise di "scendere in
campo" anche nella politica e opportunisticamente si mise a cercare i voti con
la propaganda elettorale murale presso i tifosi della squadra che
sponsorizzava, dichiarando di essere meritevole di voti per il lodevole e
munifico piacere e per il godimento che lui "donava" al "popolo" con la "sua"
"squadra di palla" molto famosa. Questo bisogno e l' esigenza di aumentare il numero degli spettatori ha trasformato quindi il meccanismo della gestione e della composizione delle squadre in un'impresa, quindi in un "valore" aziendale, e spesso in una "proprietà" personale, rappresentata da attrezzature e da un "parco giocatori". A questo proposito si può osservare che il calcio è l'unica attività economica che ancora oggi si basa su un sistema di compravendita di uomini: i giocatori.
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